Ambiente

Economia circolare e soluzioni innovative per affrontare le sfide ambientali

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Che cos’è l’economia circolare? La cultura dell’usa-e-getta che ha caratterizzato gli anni del boom industriale, seguendo la filosofia di un consumo fine a se stesso, deve lasciare posto a una consapevolezza sulle conseguenze e sui percorsi che possano portare alla riduzione di emissioni di anidride carbonica e al controllo dei rifiuti. Due aspetti legati tra loro e per troppo tempo sottovalutati, al punto da divenire emergenze.

Se per decenni l’economia globale ha spinto verso l’estrazione e l’utilizzo di fonti come petrolio e carbone senza la dovuta sensibilità nei confronti del reale impatto di queste attività, oggi il concetto di economia circolare deve necessariamente essere parte integrante delle scelte.

L’economia circolare è un paradigma che viene incontro a queste esigenze: un modello di sviluppo non più basato sulla linearità del consumo, ma in cui i materiali vengono riutilizzati diventando a loro volta materia prima per un altro processo produttivo.

Secondo il rapporto di GreenItaly 2017, sono 355mila le aziende italiane (il 27,1% del totale), dell’industria e dei servizi che dal 2011 hanno investito in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2.

In questo contesto la green economy crea occupazione e ricchezza: i quasi 3 milioni di green jobs italiani contribuiscono infatti alla formazione di 195,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 13,1% del totale complessivo.

Come certifica Eurostat, tra i grandi Paesi europei l’Italia è quello con la quota maggiore di materia circolare (materia prima seconda) impiegata dal sistema produttivo: quasi un quinto del totale (18,5%), ben davanti alla Germania (10,7%) unico Paese più forte di noi nella manifattura. Siamo secondi dopo la Germania (59,2 milioni di tonnellate) per riciclo industriale con 48,5 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi avviati a riciclo.

Un recupero che fa risparmiare energia primaria per oltre 17 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio all’anno, ed emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO₂. Ottimizzando i processi in ottica di economia circolare, ogni azienda sarebbe in grado di ridurre i costi e avere un impatto ambientale molto più basso. Ci sono sicuramente opportunità in tutti i cicli industriali: dal tessile al siderurgico, dall’edilizia al food. Ma anche nei servizi.

Nel suo recente libro edito da tecniche nuove L’economia del Girotondo – Dalla plastica ai satelliti: il futuro è nei rifiuti, Luca Dal Fabbro sostiene la necessità di affrontare le sfide ambientali causate anche dal paradigma lineare imposto dall’uomo ricorrendo a soluzioni concrete: nuovi sistemi per l’efficienza energetica, crescita delle fonti rinnovabili, sistemi di storage avanzati, recupero della plastica non riciclabile.

Il concetto di risorsa infinita nato con la rivoluzione industriale è tramontato per sempre, a causa delle difficoltà economiche e della consapevolezza sui rischi ambientali.

Le miniere e i giacimenti non sono infiniti e gli oceani o il sottosuolo non sono una facile scappatoia per disperdere i rifiuti. L’ambientalismo militante, fino a trent’anni fa visto come un fastidio, non esiste più; oggi dobbiamo pensare all’ambientalismo come uno dei parametri essenziali per evitare il fallimento.

Gli attuali livelli di inquinamento non sono più accettabili per un’aumentata sensibilità delle persone. Inoltre, la questione ambientale si impone in termini di convenienza economica diretta per le imprese: le dinamiche dei costi dell’energia e dei materiali fanno sì che un errore nei conti ecologici significhi con buona probabilità un errore anche nei conti economici. Questo è vero già oggi, ma diventerà ancora più evidente nei prossimi anni. Per questa ragione l’aumento del peso specifico dell’economia circolare è un percorso inevitabile e che, soprattutto, conviene a tutti.

La plastica non è un problema in quanto tale, ma lo diventa per come viene gestita. Secondo la Commissione europea ogni anno in Europa si generano ben 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Meno di un terzo però è raccolta per essere riciclata. In Italia, in particolare, le materie plastiche rappresentano, secondo l’ultima rilevazione di Legambiente, l’84% dei rifiuti sulle spiagge, con evidenti danni in termini di inquinamento, visto che nel 2017 sono stati calcolati 670 rifiuti ogni 100 metri di battigia.

Una quantità enorme, il cui smaltimento rappresenta lo snodo critico, dato che in molti Paesi, Italia purtroppo compresa, il mezzo più diffuso rimane la discarica. Nel mare, poi, secondo l’ONU, ne finiscono ogni anno 8 milioni di tonnellate. Un dato che – secondo Ellen MacArthur Foundation – porterà nel 2050 i nostri oceani a contenere – in peso – più plastica che pesce. Una questione enorme che ha bisogno di soluzioni concrete per essere affrontata.

L’utilizzo delle energie rinnovabili – solare, idrico ed eolico – è già una realtà.

Le rinnovabili rappresentano un elemento fondamentale del processo di cambiamento, ma per decarbonizzare l’economia mondiale bisognerebbe dimezzare il peso dei combustibili fossili. Una sfida importante, considerando che nel frattempo la domanda di energia del pianeta cresce con percentuali a doppia cifra.

Bisogna essere realistici: nel futuro immediato le sole fonti rinnovabili non saranno in grado di rispondere a tutte le richieste. Dovremo, infatti, puntare con decisione sulla ricerca e sviluppo di nuove soluzioni e incentivare i meccanismi di efficientamento energetico.

Non vi sono però dubbi che saranno le fonti rinnovabili a svolgere il ruolo di disruptive technology per la transizione energetica. E le prospettive ci sono. Secondo alcuni, entro il 2020 il costo delle energie pulite sarà pari a quello dei combustibili fossili. Inoltre le fonti di energia rinnovabile soddisferanno quasi la metà della domanda di energia globale.

Guardando al domani, i rifiuti rappresentano una fonte energetica enorme. Sarà importante la capacità di ottenere energia dal gas, trovando il modo di catturare l’anidride carbonica.

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