Ambiente

La transumanza candidata al patrimonio dell’Unesco

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La transumanza è una pratica antichissima che oggi vive un periodo di nuova sensibilità grazie alla candidatura a patrimonio immateriale dell’Unesco.

Ogni anno dal nord della Puglia fino al Molise, dal Tavoliere fino a Frosolone la transumanza riprende vita.

Bisogna consumare centinaia e centinaia di chilometri in pochi giorni alla ricerca di pascoli più verdi d’estate o più miti d’inverno.

Sul finire di maggio il sole è già forte, ingiallisce le spighe di grano, rende arida la terra. Il gregge però ha bisogno di nutrirsi, il suo latte deve “emanare profumo di terra buona”– come dice un mandriano pugliese. Se l’erba non è più fresca, il capitale a quattro zampe del sud deve migrare fra due regioni e più province.

I pastori accompagnano il loro bestiame a cavallo lungo la ragnatela di tratturi e viuzze che un tempo contava più di tremila chilometri dall’Abruzzo fino alle Puglie. Un’autostrada del pascolo che lascia sbigottiti quanti devono fermarsi, inchinarsi alla mandria e lasciarsi trasportare dal loro scampanio.

Prima che cali il buio, il corteo si ferma. E mentre il gregge trova riparo dall’umidità, le donne del paese si prendono cura dei pastori, preparano  banchetti banditi. Cibo sano per affrontare una nuova giornata.

All’alba dell’ultimo tratto, quello per giungere alla terra promessa,  la tradizione vuole una processione lunghissima di uomini, vitelli, bambini e vacche. I prati dell’alpeggio di Frosolone, nel Molisano sono quelli prediletti. Qui il latte diventerà un vero capolavoro. Poi nei caseifici gli occhi attenti dei più anziani danno dritte ai giovani. Per produrre la manteca, il formaggio della zona, occorre sudore, un filo di amore e braccia possenti.

Le mucche sono come le rondini, quando è tempo di migrare, bisogna andare.

E’ proprio questo il proverbio che muove decine e decine di pastori, donne e uomini a compiere la migrazione stagionale  insieme al loro bestiame. Per qualche giorno si è in cammino, si affronta il caldo, la pioggia, e si porta il bestiame dove l’erba è ancora fresca. Non solo in Molise e in Puglia, ma anche in Alto Adige, Austria e nelle Isole fino alla Grecia.

Oggi la transumanza è una pratica sul tavolo del Comitato di governo a Parigi, che aspetta di sapere la sua sorte in merito alla candidatura a patrimonio immateriale Unesco. Il progetto ha riunito pastori da tutta Italia. È la ricchezza della storia, della cultura, dei sapori e della tradizione da tutelare. Viene così ridato vigore alla biodiversità dei pascoli.

L’essenza della transumanza sta in quel legame che unisce da sempre l’uomo con la natura e nelle zone più rurali si sente forte.

Il bestiame è una risorsa, per molte famiglie è sostentamento, è lo stipendio con cui vivere. L’Italia ci ha creduto fortemente nella candidatura, nell’immenso valore della transumanza come chiave identitaria di quella civiltà contadina da proteggere e salvaguardare.

La Sicilia oggi  l’ha celebrata in un festival. In realtà incontaminate si riscopre questa pratica millenaria sulla strada dei pastori siciliani. Da Gioiosa Marea a Longi, dai pascoli marini a quelli più interni, del parco dei Nebrodi. Si cerca di avvicinare l’uomo a uno stretto contatto con la natura. A piedi e a cavallo, seguendo le soste degli animali, facendosi  ammaliare dagli odori, dal frastuono delle campane delle mucche, dal grido della terra che chiede di essere preservata. E i pastori, essenza della civiltà, sanno ancora farlo.

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