Mentre l’economia italiana fa i conti a fatica con questa situazione di emergenza, il Pakistan si rimbocca le maniche avvalendosi di un progetto senza precedenti, dal duplice obiettivo e dall’aria quasi utopistica.

10 miliardi di tsunami sul paese

Il progetto, lanciato dal primo ministro Imran Khan nel 2018, consisteva nella piantagione di 5 miliardi di alberi sparsi in tutto il Paese, nell’arco di 5 anni. A seguito delle misure restrittive messe in atto dal governo pakistano per limitare la diffusione del coronavirus, l’iniziativa era stata messa in stand-by. Ma, all’inizio di questo mese, lo stesso primo ministro ha concesso un’eccezione per consentire all’agenzia forestale di riavviare il programma e creare 63000 posti di lavoro da destinare a chi, proprio a causa della pandemia, lo aveva perduto.

Malik Amin Aslam, consigliere per il cambiamento climatico del Primo Ministro, illustrando il programma ha specificato che il lavoro, retribuito tra le 500-800 rupie (3-5 euro al cambio attuale) al giorno include, oltre alla piantagione di alberelli, anche la creazione di asili nido e il servizio di guardie forestali o di vigili del fuoco.

L’esperienza di Rahman

Residente nel distretto di Rawalpindi, Rahman è uno dei cosiddetti lavoratori della giungla: è così che sono conosciuti i migliaia di lavoratori coinvolti in questa fantastica iniziativa. Prima di prender parte a questo progetto, Rahman apparteneva a quella categoria di persone che faceva fatica ad arrivare a fine mese in quanto, da un giorno all’altro, aveva perso il posto di lavoro e quindi la possibilità di guadagnare da vivere, per sé e per la propria famiglia. Ora Rahman percepisce all’incirca 500 rupie, circa la metà di quello che avrebbe potuto fare in una buona giornata lavorativa, ma abbastanza per soddisfare i bisogni primari in questa situazione di emergenza.

Un modello da imitare: il caso italiano

Tra uomo e natura esiste un legame che va oltre il semplice consumo dei prodotti che la terra ci offre; negli ultimi decenni l’uomo, causa il progresso della società e l’evoluzione dei suoi bisogni, è spesso indotto a calpestarne gli spazi per i suoi interessi economici.

Il territorio italiano, che già per sua conformazione è particolarmente fragile dal punto di vista idrogeologico, ha subito negli anni un feroce processo di deforestazione e cementificazione: i dati parlano di circa il 90% dei comuni italiani a rischio idrogeologico (non c’è giorno che la cronaca non riporti notizie di frane, allagamenti e altri disastri). Il modello adottato in Pakistan lascia sperare che ci sia anche per l’Italia un’alternativa, un modo per conciliare il bisogno dei cittadini con quello del territorio che li ospita. Sarebbe probabilmente più appagante anche per il cittadino stesso, sapere di essere utile al Paese e non di essere un mero fruitore di sussidi pubblici.

Parlando alla Thomson Reuters Foundation, Aslam ha affermato: “Questa tragica crisi ha offerto un’opportunità e l’abbiamo afferrata; nutrire la natura è venuto in soccorso economico di migliaia di persone“.

Sarebbe bello e auspicabile che tale affermazione possa essere ripetuta dai rappresentanti delle istituzioni italiane e non solo.

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Riguardo l'autore

Daniele D'Amato

Daniele D'Amato

Direttore Responsabile. Giornalista, fotografo e insegnante; lauree in Scienze della Comunicazione e in Sociologia e Ricerca Sociale; masters in DSA e in ADHD. Fondatore e Presidente dell’associazione fotografica Photosintesi per 10 anni; fondatore e direttore editoriale della testata fotografica IVISIVI; Amministratore dello studio fotografico Comunickare; Collaboratore di “Fotografia Reflex”; docente di Linguistica delle immagini e Metodologia del Portfolio nelle scuole di fotografia; fondatore e Presidente del Collettivo Fotografico Xima.

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