Giacomo Leopardi è stato spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla.

Se invece del solito pessimismo si fossero raccontati altri episodi della vita del Leopardi ora la percezione che si avrebbe di lui sarebbe ben diversa.

Per esempio si sarebbe potuto raccontare che da bambino amava scappare in soffitta e giocare con le ombre e le luci che penetravano da una tenda. Si sarebbe potuto scrivere che il suo divertimento era passeggiare contando le stelle. Oppure che cercava invano di meritarsi l’amore impossibile di una madre poco propensa alle carezze e di un padre troppo rigido.

Leopardi ebbe presa sulla realtà come pochi altri, perché i suoi sensi erano finissimi, da predatore di felicità (come lo chiama Alessandro D’Avenia nel libro L’arte di essere fragili) e a guidarlo era una passione assoluta.

Fu un cacciatore di bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa coglierne gli indizi e cercò di darle spazio con le sue parole, per rendere feconda e felice una vita costellata di imperfezioni. Nel 1823 ha scritto infatti nello Zibaldone:

è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro.

Ci ha svelato il segreto per far fiorire un destino umano, già intuito nell’adolescenza: essere fedeli al proprio rapimento e sperare sempre. Perché la speranza non è il vizio degli ottimisti ma il vigoroso realismo di chi, nonostante il buio, mira alla luce delle stelle.

E ancora scrive in una lettera indirizzata al suo amico Giordani: questa ed altre misere circostanze ha posto la fortuna intorno alla mia vita, dandomi una cotale apertura d’intelletto e di cuore.

Chi ha l’ardire di chiamare pessimista un ragazzo così capace di accettare e trasformare le sue sfortune in ricchezza tanto utile da aprirgli la testa e il cuore?

Riuscireste voi ad affrontare la vita con questo coraggio, avere la malinconia come compagna di cammino e nonostante questo creare così tanta bellezza? Riuscireste a trasformare il dolore e l’inadeguatezza in canto, in un capolavoro immortale come il suo?

Cala il silenzio. Leopardi ha dato forma di domanda all’informe speranza e alla paura. E lo ha fatto non offrendo risposte, ma vivendo le domande senza spegnerle o zittirle e non ha mai rinunciato a vivere la vita e a essere se stesso.

Oggi invece ognuno di noi ha tutto ciò che serve per godere la vita, ma non ha una ragione per viverla. Abbiamo scambiato la felicità con il benessere, i sogni e i consumi. Questo grande poeta dell’infinito, invece, la forza e la ragione della sua esistenza l’ha trovata nella poesia.

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Riguardo l'autore

Daniele D'Amato

Daniele D'Amato

Direttore Responsabile. Giornalista, fotografo e insegnante; lauree in Scienze della Comunicazione e in Sociologia e Ricerca Sociale; masters in DSA e in ADHD. Fondatore e Presidente dell’associazione fotografica Photosintesi per 10 anni; fondatore e direttore editoriale della testata fotografica IVISIVI; Amministratore dello studio fotografico Comunickare; Collaboratore di “Fotografia Reflex”; docente di Linguistica delle immagini e Metodologia del Portfolio nelle scuole di fotografia; fondatore e Presidente del Collettivo Fotografico Xima.

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