Cultura

L’arte misteriosa ed eloquente di Banksy

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Il Mudec (Museo delle culture) di Milano organizza una mostra in onore del più celebre street artist del mondo, Banksy.

The Art of Banksy. A visual protest sarà aperta tra il 21 novembre e il 14 aprile prossimi.

La mostra sarà divisa in 4 sezioni composte da 70 lavori fra cui dipinti, stampe e sculture. Inoltre sarà possibile ammirare oggetti, foto e video dei graffiti nelle loro collocazioni originali. La mostra non è stata ufficialmente autorizzata dall’artista inglese ma desidera proporre al pubblico le sue “proteste visive” nella storia dell’arte contemporanea.

Probabilmente l’artista è nato nel 1974 nei dintorni di Bristol e ha iniziato a graffitare alla fine degli anni ’80. Le prime immagini ufficiali delle sue opere sono state diffusa in tutto il mondo attraverso il suo fotografo londinese. Solo nei primi anni 2000, però, sono comparsi i primi graffiti sui muri metropolitani tra Bristol e Londra, con lo stile che lo ha reso celebre. Ed in una società in cui tutti vogliono mostrare il proprio volto per essere ricordati, Banksy ha dimostrato di poter essere ricco e famoso anche se anonimo. “Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata. Dimenticano che l’invisibilità è un super potere”, ha affermato a riguardo.

La sua arte ironizza su politica, società, cultura, etica, antimilitarismo e anticapitalismo.

Per restare anonimo utilizza una tecnica rapida ed incisiva: lo stencil. Attraverso un cartone appoggiato sulla superficie come modello da stampo, riproduce il disegno con vernici spray. I suoi soggetti preferiti sono vecchi, bambini, scimmie, poliziotti e soldati. Inoltre, con la serie “Rats”, ha dimostrato come piccoli animali come i topi siano in grado di distruggere la società.

Le sue opere sono presenti soprattutto a Bristol e a Londra, ma tante altre sono comparse in varie parti del mondo.

A Bristol ha rappresentato “Mobile lovers” sul muro del Broad Plains Boys Club. In questo graffito si notano due amanti abbracciati che nascondono il proprio cellulare l’uno alle spalle dell’altra. È un’immagine simbolo della moderna tecnologia che spesso distrae i sentimenti, rappresentata con semplicità ed immediatezza. Non è un caso se Banksy ha preso di mira proprio quel muro per collocare una delle sue opere. Quello è un luogo di incontro per ragazzi che rischiava di chiudere per motivi economici. Ma quando l’artista ha inviato il certificato di autenticità della sua opera, l’associazione ha ricavato ben 400mila sterline.

Le sue proteste visive non hanno risparmiato neanche i musei.

Dal 2005 ha iniziato anche ad intrufolarsi nei musei per sovrapporre delle copie di opere presente con le sue rivisitazioni in chiave ironica. Fra queste vi è, ad esempio, una che raffigura un generale con l’uniforme ed in mano una bomboletta spray che ha appena scritto dietro di sé “no war”, “no alla guerra”. Addirittura, una volta ha fatto entrare un elefante colorato di giallo e arancione in una mostra, per ricordare all’occidente il bisogno di occuparsi di problemi urgenti, come la povertà in Africa. Dopo pochi giorni, però, gli attivisti per gli animali hanno denunciato tutta la mostra per maltrattamenti. Nonostante il suo carattere sfacciato, non ha mai voluto comparire nei musei più famosi del mondo. Si è giustificato dicendo: “Avrei dovuto apparire tra due Picasso e non avrei potuto reggere il confronto”.

Un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno.

Questa sua citazione è perfetta per descrivere il suo operato in Cisgiordania. Nel 2005, infatti, ha deciso di colorare con i suoi graffiti il grigio muro di separazione costruito dall’esercito israeliano per separare i palestinesi dagli israeliani. Qui ha creato degli illusionistici squarci che si affacciano su paesaggi incantati per far sì che la sua arte superi qualsiasi barriera, reale o idealizzata.

Nel 2007, un uomo di Bristol voleva vendere la sua casa su cui era presente un graffito di Banksy. Un acquirente, però, non garantiva la sua disponibilità a preservare l’opera se avesse acquistato la casa. Così l’uomo ha deciso di rivolgersi ad una galleria che lo ha anche pagato molto di più di quanto si sarebbe aspettato. Nel catalogo, la casa presentava questa descrizione: “vendesi opera di Banksy con casa attaccata”.

Banksy ha anche creato un parco divertimenti.

Insieme ad altri artisti, ha collocato l’installazione “Dismaland” a Somerset, in Inghilterra, tra il 21 novembre ed il 27 settembre 2015. Si tratta di un parco Disney in rovina, con giostre distrutte, principesse morte ed animatori annoiati. Tutto questo rappresenta in chiave ironica ed inquietante la realtà del mondo dell’intrattenimento che ignora le ingiustizie sociali.

Nel 2016, nel campo profughi di Calais, ha rappresentato Steve Jobs come un profugo, con un sacco in spalla ed un vecchio Macintosh in mano. Questo perché il suo padre biologico era un migrante israeliano rifugiato negli Usa e Steve venne adottato da una coppia di armeni americani. Con questo murales, dunque, vuole ricordare che anche gli uomini più potenti della Terra possono avere umili origini.

Solo un’opera di Banksy è presente in Italia. Si tratta della “Madonna della Pistola” in Piazza Gerolomini a Napoli. Un’interpretazione della “Santa Teresa” del Bernini, invece, è stata cancellata da un writer locale con un altro murales.

Da circa 20 anni tutti si chiedono: chi è davvero Banksy?

Nel 2016, gli scienziati della Queen Mary University di Londra hanno provato a rispondere a questo interrogativo. Il Mail on Sunday aveva attribuito l’identità di Banksy a Robin Gunningham, nel 2008. L’uomo, 42enne di Bristol, è un artista poco noto. L’ipotesi poi era stata smentita, supponendo che Banksy potesse anche essere una donna o un gruppo di artisti. L’università londinese ha cercato di collegare Banksy a Gunningham attraverso la tecnica del “profilo geografico criminale”. Come si procede per i criminali, hanno collegato i dati geografici dei luoghi in cui Banksy ha “colpito” intrecciandoli con gli spostamenti di Gunningham.

Sono state prese in esame 140 opere tra Londra e Bristol, sua probabile area di residenza. Da quest’analisi è emerso che le opere sono comparse in punti chiave frequentati da Gunningham, come parchi, pub o indirizzi specifici. “Il nostro studio dimostra che questo metodo può essere utilizzato come modello per riuscire a collegare piccoli atti di terrorismo ai loro autori”, hanno spiegato gli studiosi della Queen Mary. “Può applicarsi, dunque, ai problemi più complessi del mondo reale”. Tuttavia, non vi è ancora alcuna certezza sulla vera identità dell’artista.

L’arte che guardiamo è fatta solo da pochi eletti.

“Un piccolo gruppo crea, promuove, acquista e decide il successo dell’arte. Solo poche centinaia di persone nel mondo hanno realmente voce in capitolo. Quando vai in una galleria d’arte, sei semplicemente un turista che guarda la bacheca dei trofei di un ristretto numero di milionari. Io uso quello che serve. A volte questo significa solo disegnare un paio di baffi sul volto di una ragazza su qualche cartellone, talvolta significa sudare per giorni su un disegno intricato. Il fattore più importante è l’efficienza”.

Con queste parole Banksy descrive il suo rapporto con l’arte. Un’arte vera, sincera, che può comparire dovunque e può parlare di qualunque tema. Un’arte che non ha paura di apparire sfrontata ed esagerata perché mira a colpire la società e a lasciare il segno. Probabilmente l’identità di Banksy non sarà mai confermata. Ma ciò che il mondo vuole è, attraverso la sua arte, sorridere e riflettere sui valori perduti o dimenticati.

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