Cultura

Professore bellunese riscrive la biografia di Dante

Professore bellunese riscrive la biografia di Dante
Foto: pixabay.com

Il professore bellunese Paolo Pellegrini ha scoperto alcuni dettagli sconosciuti sulla vita di Dante Alighieri; una nuova lettera infatti, cambierebbe alcuni dettagli della sua biografia.

Il docente studia la vita del sommo poeta da alcuni anni.

“Me ne sono occupato per la prima volta nel 2006 ma è dal 2015 che lavoro in maniera sistematica, grazie alla collaborazione avviata con il comitato “Dante Verona – gli anniversari danteschi”, spiega il professor Pellegrini. Questo interesse inoltre lo ha portato a viaggiare spesso verso gli USA negli ultimi anni.

“Si è trattato di soggiorni molto proficui, durante i quali ho potuto studiare i dantisti americani, – racconta. – E proprio una realtà americana, la Princeton University Press, farà uscire la biografia che sto completando su Dante”. Attualmente il professore insegna nell’Università di Verona.

Una lettera cambierebbe la storia di Dante Alighieri.

Fino ai nostri giorni è noto che Dante Alighieri soggiorna a Pisa tra il 1312 ed il 1316. Altre ipotesi dicono che sia in Lunigiana in questo periodo, o nei campi imperiali. Ma una lettera farebbe cadere queste ipotesi.

Si tratta di una lettera inviata all’imperatore Enrico VII dal signore di Verona, Cangrande della Scala. È quasi certo che questa lettera sia scritta dal sommo poeta. Questo dimostrerebbe che resta a Verona molto più a lungo di quanto si credesse.

“La lettera proviene da una raccolta di testi oggi conservati alla Biblioteca Nazionale di Firenze, – spiega Pellegrini. – “In essa Cangrande della Scala denuncia all’imperatore Enrico VII i gravi dissensi sorti all’interno dei sostenitori dell’impero. Filippo d’Acaia, nipote dell’imperatore e vicario di Pavia, Vercelli e Novara, e Werner von Homberg, capitano generale della Lombardia, erano venuti alle mani e solo il tempestivo intervento dei presenti aveva evitato un tragico epilogo.

Cangrande manifestava all’imperatore tutta la propria preoccupazione, invitandolo a riportare la pace e la concordia prima che ci fossero altri scontri. Si trattava, dunque, di una missiva delicatissima, la cui stesura Cangrande non l’avrebbe certo affidata a chiunque . Era logico che si servisse della migliore penna a disposizione”.

Molti indizi fanno credere che sia scritta proprio da Dante.

All’interno della lettera compaiono numerosi dettagli riconducibili al pensiero di Dante, soprattutto al suo dolore riguardo all’esilio.

“Da un’attenta analisi del testo della lettera, dei suoi riferimenti e degli stilemi linguistici, appare evidente come la probabilità che l’abbia scritta Dante sia altissima, – dichiara il professore. – In essa è inserito un richiamo ai passi di due Variae di Cassidoro che Dante aveva già utilizzato più di una volta.

Ma c’è di più. All’invocazione della pace, che peraltro attraversa anche molti altri scritti danteschi segue nell’epistola di Cangrande, l’esplicito richiamo all’ammonimento di Gesù secondo il quale “Ogni regno diviso in se stesso va in rovina” (Mt 12, 25; Le 11, 17).

Anche nella “Monarchia”, Dante additò la necessità di un unico re ai fini di una pacifica convivenza. Tornano dunque le parole chiave del “regnum” e della “tranquillitas” in sequenza con la citazione evangelica. Ma il binomio pace e tranquillità compariva già nell’epistola prima, che Dante scrisse a nome dei fuoriusciti fiorentini nella primavera del 1304.

E infine, ma si potrebbe continuare, nella lettera di Cangrande, i malvagi responsabili delle discordie imperiali vengono definiti “Vasa scelerum”, sintagma che non può non richiamare il “Vasel d’ogni froda” affibiato a frate Gomita in Inferno XXII”.

Dovranno essere apportate alcune modifiche alla biografia del Sommo Poeta.

“Un capitolo intero della biografia dantesca avrà bisogno di una robusta riscrittura. La lettera dimostra che Dante ha soggiornato a Verona per un lungo periodo, dal 1312 al 1320, facendo cadere le ipotesi che il 1312 e il 1316 volevano Dante a Pisa o in Lunigiana, o addirittura lo immaginavano negli attendamenti imperiali tutto preso dalla stesura della “Monarchia”.

Nell’estate del 1312 Dante si trovava già a Verona, e se la “Monarchia” fu scritta a quest’epoca, fu scritta sotto l’occhio vigile di Cangrande. E poiché nel gennaio del 1320 Dante era a Verona per pronunziarvi la “Questio de aqua et terra”, ci sarà da chiedersi il soggiorno non durasse proprio da quel lontano 1312. Il che spiegherebbe l’altissimo elogio riservato a Cangrande nel Paradiso, l’encomio più nobile dedicato dal poeta ad un vivente”.

È curioso scoprire come un piccolo elemento, come una lettera, possa cambiare notevolmente la storia di un individuo. E chissà, magari, in futuro, altri ritrovamenti muteranno ancora tutto ciò che oggi sembra certo e inequivocabile.

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