Cultura

Rodolfo Valentino: una mostra e un film celebrano il mito del divo immortale

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In occasione dell’anniversario della nascita il 6 maggio 1895 di Rodolfo Valentino, sono stati realizzati una mostra e un film per celebrare il mito immortale.

Rodolfo Valentino (all’anagrafe Rodolfo Guglielmi) era uno dei tanti italiani che, nei primi anni del secolo scorso, partivano verso l’America in cerca di fortuna. Eppure non era ignorante o povero, in quanto apparteneva a una famiglia della media borghesia di Castellaneta nel tarantino e viaggiò in prima classe.

Nel 1913 sbarcò a New York sulla nave Cleveland e iniziò a lavorare come giardiniere, taxi-driver (ballerino a pagamento) e probabilmente come gigolò.

Giuliana Muscio è la curatrice della mostra L’Italia a Hollywood. Scrive: “La sua fortuna fu fatta dalle donne. Ben prima che il suo fascino arrivasse alle spettatrici, il mito di Valentino fu creato da June Mathis. June era una delle molte produttrici e sceneggiatrici del tempo. Lo aveva visto nei suoi primi film dove gli facevano interpretare lo sciupafemmine latin lover senza cuore. Lo trasformò in eroe romantico nei Quattro cavalieri dell’Apocalisse, il film che lo fece splendere. Successe a Valentino quello che era successo a Greta Garbo, prima vamp mangiauomini e poi interprete di qualità. Sia Garbo che Valentino entrano a Hollywood come figure un po’ inquietanti. Stranieri che corrompono la cultura americana attraverso la seduzione, ma diventano star dei sentimenti. Sono il veicolo di una nuova idea poi popolarissima in tutto il cinema successivo: il lieto fine, il matrimonio d’amore”.

Mentre costruiva la sua figura del divo del cinema, decise di cambiare il suo cognome Guglielmi, impronunciabile dal pubblico americano. Utilizzò quindi una parte del suo cognome araldico di Valentina d’Antonguella, imprimendo una nota aristocratica alla sua immagine.

Sul fronte cinematografico invece, non fece che rimarcare il pensiero degli americani dell’epoca. Ovvero che gli immigrati fossero dediti solo all’arte e incapaci di dedicarsi al vero lavoro produttivo.

In un periodo contrassegnato dalla xenofobia, in special modo contro gli italiani, Valentino era uno dei tanti bersagli della stampa anti immigrazionista.

Giulia Carluccio scrive di lui in un catalogo della mostra. Dice: Poco più di un mese prima della sua morte, il Chicago Tribute pubblicò un editoriale in cui al divo, paragonato ad un piumino di cipria, veniva attribuita la responsabilità della crescente effeminatezza dei maschi. Certamente l’erotismo esotico di Valentino adorato dalle sue spettatrici americane, metteva in discussione l’identità maschile, ma la sua diversità era soprattutto etnica.

A dimostrazione di ciò, l’attore interpretò il ruolo di un italiano solo in un film minore Cobra, mentre in altri film interpretò personaggi di altre nazionalità.

Le donne lo amavano, definendolo l’amante che tutte le mogli americane sognano, mentre gli uomini ne erano invidiosi e infastiditi dal suo fascino esercitato sul pubblico femminile.

Su Photoplay, una rivista del cinema muto dell’epoca, infatti, comparve questa dichiarazione di Dick Drogan: Odio Valentino, tutti gli uomini lo odiano. Odio il suo naso classico, odio il suo sorriso, odio i suoi denti splendenti, odio i suoi capelli scuri come vernice. Lo odio perchè danza troppo bene, lo odio perché troppo bello. Le donne sono pazze di lui, ma gli uomini hanno formato una società segreta il cui scopo è detestare, odiare e disprezzare Valentino per ovvie ragioni. Invidioso io? Oh no! Lo odio e basta.

La mostra, inaugurata il 24 maggio al Museo Salvatore Ferragamo di Firenze, parla di lui. Racconta anche altri avvenimenti californiani tra il 1915 ed il 1927, e come gli italiani abbiano influenzato questa città in ogni ambito.

Dal cantante Enrico Caruso, all’attrice e donna più bella del mondo Lina Cavalieri, fino al regista di successo degli anni venti Robert Vignola, viene narrato il successo degli immigrati italiani.

Di più: questi personaggi vincenti legittimarono culturalmente l’immigrazione italiana, – spiega ancora Giuliana Muscio.

L’industria agroalimentare della California era in mano agli italiani. L’Italia era fonte di ispirazione per gli architetti di case in stile mediterraneo. Gli italiani erano più integrati qui che in altre parti d’America. Sarti, barbieri e calzolai come Ferragamo, ma anche tanti artigiani del cinema affermano l’idea degli italiani come bravi, creativi e seri, i maghi del lavoro ben fatto.

E non è un caso che la mostra sia stata organizzata proprio nel museo che porta il nome del famoso stilista. Ferragamo, infatti, oltre ad essere un altro simbolo dell’immigrazione vincente, era anche un grande amico di Valentino.

Nella sua autobiografia Il calzolaio dei sogni scrisse: Valentino era un ragazzo cortese e gentile, sempre inappuntabile. Era solito venire a casa mia, a Beachwood Drive, per mangiare un piatto di spaghetti all’italiana.

Il venticinquenne Ferragamo aveva aperto un primo laboratorio a Santa Barbara. Il successo iniziò a modellarsi quando, insieme al fratello Alfonso, iniziò a lavorare per l’American Film Company, seguendone i clienti anche quando la casa di produzione si trasferì a Hollywood. Da qui iniziò a lavorare per progetti sempre più importanti.

La Hollywood nella quale arrivai, nella primavera del 1923, era ancora piccola, poco più di un villaggio al sole, scrisse nelle sue memorie.

Da allora, il suo Hollywood Boot Shop divenne il punto di riferimento per chiunque volesse acquistare delle costose scarpe fatte a mano, comode ed eleganti.

La fama dello stilista si manifesta anche nel film Show Pride quando viene ripresa la sua insegna e la protagonista Marion Davies vedendola, sa di essere arrivata nella città dei sogni.

Il film Rudy Valentino di Nico Cirasola, approdato nelle sale cinematografiche il 24 maggio scorso, racconta il ritorno dell’attore a Castellaneta. Ritorno che nel racconto fa insieme alla sua seconda moglie Natacha Rambova per rivedere la sua famiglia e per lavorare ad un tour di spettacoli di danza insieme alla donna.

Nel film si può vedere il rammarico del divo nel momento in cui scopre che i suoi film sono pressocché sconosciuti in patria. Ciò perché censurati dal regime fascista a causa del nuovo concetto di mascolinità espresso dal divo.

Mentre Valentino veniva ripreso a torso nudo, con i suoi imponenti muscoli ed una grazia classica, il duce promuoveva la sua immagine come contadino che miete il grano con una struttura massiccia, creando un inconciliabile confronto.

Per questo, e perché aveva chiesto la cittadinanza americana creando scandalo tra il popolo italiano, Mussolini rifiutò di riceverlo durante la sua ultima visita in Italia.

Solo dopo la sua morte, avvenuta all’età di 31 anni nel 1926 all’ospedale di New York a causa di un’ulcera, tutto il mondo assistette alla folla disperata nei due cortei funebri a New York e a Hollywood. Solo a quel punto il duce si appropriò della sua figura come simbolo del successo italiano all’estero.

Il mio Rudy rappresenta tutti i giovani che hanno un songo da realizzare e, nonostante l’amore per la patria, sono costretti a lasciarla, – ha raccontato Cirasola. – Rodolfo Valentino riuscì in poco tempo a diventare la star più brillante di Hollywood, testimonial dello stile e dell’eleganza italiana. E tutto ciò con grande sacrificio e partendo da un piccolo paese della Puglia.

Entrambi gli eventi dimostrano l’influenza dell’italianità in tutto il mondo. Attraverso la sua immagine, bravura e bellezza così evidente eppure così misteriosa si può comprendere come sia rimasto così celebre fino ai nostri giorni.

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