Cultura

Rosa dei Venti: dietro le sbarre risplendono gli eroi di Luisa Ruggio

Rosa dei Venti: dietro le sbarre risplendono gli eroi di Luisa Ruggio
Foto: Veronica Garra | Produzioni Rosa dei Venti

Rosa dei Venti è il nome del collettivo fondato nella sezione maschile della Casa Circondariale di Lecce, come quel tatuaggio che nella cultura carceraria è tanto diffuso. Sulle spalle, sulle ginocchia a simboleggiare che mai e poi mai ci si deve inginocchiare di fronte ad un padrone.

Il collettivo Rosa dei Venti è stato fondato nel 2016 con 16 detenuti sotto la direzione di un faro donna, della scrittrice e giornalista Luisa Ruggio che li segue come figli, che cresce con loro, si fa guardiana di parole.

È un laboratorio stabile di scrittura creativa e di lettura, presidio di bellezza, una residenza artistica.

Nell’estrema periferia leccese, nel borgo del santo barese le parole sono dunque semina quotidiana, diventano frutti e si trasformano in laboratorio. Diventano cosa di tutti, il collettivo dei lettori detenuti che si trasforma in eroi, in Ulisse, Achille, Agamennone.

È un Collettivo che legge a voce alta, scrive e si riunisce intorno ad una tavola rotonda, in un ritorno in un umanesimo volontario. Sono i Sant’Agostino dietro le sbarre di un monastero cadenzato dai tempi dell’attesa, dove ancora si scrivono e si inviano lettere e si aspettano risposte.

I componenti della Rosa dei Venti si riuniscono quattro volte a settimana per tre ore al giorno e leggono solo i romanzi della letteratura che conta: Dostoevskij, Cechov, Omero, gli autori che ogni lettore per dirsi tale dovrebbe leggere. In media legge quattro libri a settimana. A questo si aggiunge un cineforum letterario con film ispirati ai libri letti o alle vite degli autori.

Luisa li dirige e poi siede con loro: non è un giudice né una professoressa, fa semplicemente la scrittrice e la giornalista. “Per me è come respirare. Io imparo da loro”- dice. È un miracolo assoluto quello che accade!

Il collettivo si fa laboratorio in una delle tre zone franche del carcere, nella sala cinema ma poi soprattutto in biblioteca.

È uno spazio che conta più di diecimila volumi frutto di una selezione dettagliata e acquisti interni, il tesoro del Collettivo che deriva anche da donazioni della comunità civile.

Le loro non sono lezioni ma sessioni e il lavoro che ne deriva prende il nome di studio. Hanno esordito nel teatro del carcere con il primo di questi,  “Corpo Scritto”, il suo nome. Un reading teatralizzato sul tema del ritratto dell’Altro. Il corpo è un taccuino di pelle scritta e i detenuti non fanno teatro, sono gli autori e portano semplicemente in scena se stessi, le loro storie e quelle che vivono attraverso il collettivo. Il secondo è stato dedicato al tema Mittente/Destinatario nella lettera d’amore.

Al termine di ogni studio si va in scena in un confronto con il pubblico. “Abitiamo lo spazio scenico con il pubblico” e chi li ascolta non può che rimanere estasiato dalla loro natura anarchica. Tutto è affrontato nel bene ma anche nel male, ci tiene a sottolinearlo Luisa. La bellezza si ricerca e quei volti che spesso sono attanagliati dalla noia respirano storie salvate. Quelle di Oliver Twist come loro, bambini consegnati ad una scrittrice che a sua volta acchiappa come sogni le loro parole, le loro storie.

Chiunque può far parte del Collettivo Rosa dei Venti; si decide, si vota, si fa ricerca, si selezionano testi, si legge e si scrive, generando comunione.

Luisa Ruggio, che dirige il collettivo, è dunque una narratrice, uditrice e scrittrice, niente di più! E se le viene chiesto se la scrittura può rieducare una pena, salvare, lei risponde che non è un giudice, non ci sono vite giuste o sbagliate e che dunque non spetta a lei dirlo. Lei è solo dalla parte del genere umano, quella dei protagonisti del collettivo Rosa dei Venti.

L’essere umano è un generatore di storie, è la sua storia, senza storie da raccontare non ci sarebbe nemmeno la civiltà.

I detenuti lettori hanno una libertà interiore, sogni forse anarchici, di gloria come le vite dei libri che sfogliano, leggono. Ma hanno anche una donna un po’ Virgilio, cantastorie, innamorata del suo lavoro e della vita, pronta a condurli con sguardo diverso in mondi lontani dove il tedio e la noia lasciano spazio a storie da salvare, da rivivere.

È un rapporto di crescita, un percorso reale, una relazione di scambio.

Sono importanti progetti come quello svolto a Lecce, diventano bussola in un orizzonte incerto, dove pur di punire un essere umano, dimentichiamo spesso di rimanere umani, dimentichiamo di essere noi stessi umani. Il carcere diventa comunità, scuola vagabonda di mani che scrivono, di corpi che pensano e si riflettono in pagine di altre vite, di mondi pieni di costumi, di colori, di cielo e di profumi. Luisa termina così la nostra chiamata: “Come un campo viene fecondato, coltivato in maniera utile a se stesso, io semino. Poi può passare la gazza ladra, cadere la grandine, ma semino, semino sempre, accarezzando la potenza del fallimento.”

E allora guardarsi dentro agli occhi, riconoscere una storia, leggere a voce alta, scrivere a mano genera comunità, girotondo di anime pure, arcaiche. Sono gli Ulisse che aspettano Itaca ma che intanto dietro a delle sbarre ci insegnano come fare a vivere sotto al cielo.

Le buone notizie sui detenuti anche in questi articoli

I 5 docenti migliori d’Italia dello scorso anno

Etico: uno shop imperfetto di moda etica e consapevole

Vuoi ricevere anche tu le buone notizie di epeira.it? Unisciti agli altri 933 iscritti. Ti manderemo una mail a settimana con una accurata selezione di buone notizie.

Scrivi un Commento

quattro × due =