Cultura

Willie Peyote riparte Sold-Out da Bologna

Willie Peyote riparte da Bologna tra sold out e i suoi passi brevi ma convinti.
Foto: monkroma.it

Il tour italiano del rapper Willie Peyote riparte da Bologna con i suoi passi brevi ma convinti e un pieno di sold out.

Willie Peyote è una delle declinazioni più interessanti del rap italiano, fuori da ogni tipo di schema e genere, penna esplosiva, pungente, a tratti anarchica, pittore di rime o forse meglio divulgatore. Ogni suo testo diventa acuta riflessione, parole e musica che arrivano dritte al punto. Ogni live è un tripudio, generazioni che si intrecciano, che si trovano a cantare a squarciagola e a ballare insieme sotto le trombe, il basso della Sabauda Orchestra Precaria, come nel tour che ha appena inaugurato da Bologna.

L’Ostensione della Sindrome, l’Ultima cena: il tour di Willie Peyote inizia dall’Estragon e attraversa tutta Italia, domani sarà a Napoli, per poi culminare all’Alcatraz di Milano il 17 gennaio.

Torinese, all’anagrafe Guglielmo Bruno, piedi ben radicati nelle radici della sua città. Si sente quell’influenza sabauda, di un paese del Nord di un’Italia mutata. I suoi anni ’80-’90 sono lontani e se toccati con mano stravolgono quelle generazioni di dj e centralinisti laureati dei call-center. E Willie Peyote non dimentica i suoi passi, ha bene in mente il suo centro, i quartieri più difficili. Lì canta nelle sue canzoni, Portapalazzo per dirne una, per poi avere visioni sociali generali, più ampie. Le restituisce con uno sguardo lucido, ironico, irriverente e poi disincantato ai nuovi giovani, e non solo di questi anni un po’ affranti.

In un mondo sempre più globalizzato, il km0 e la localizzazione pagano e molto, e quindi è proprio perché viviamo in un’epoca in cui si può comunicare con l’altra parte del mondo, che in realtà conoscere bene le radici da cui si parte è fondamentale.

E la sua casa non può non ripagarlo, tanto che gli tocca fare doppietta dopo il sold-out della prima data pianificata per il 12 gennaio, al Teatro della Concordia.

È impossibile definire il suo genere musicale preciso, non ama le Etichette. Solo il suo ultimo album, Sindrome di Tôret, è stato definito un mosaico di sonorità. Passa dal punk al funk, poi per il jazz e per l’hip-hop. Sono tante le influenze che si avvertono. Dai The Clash, da Daniele Silvestri fino a Guccini, Tenco a Gaber e a tutto il cantautorato italiano degli ultimi anni.

Quella libertà che è partecipazione per il signor G., Peyote la decanta, ne denuncia il presente di poca fortuna dietro agli schermi, dietro al virtuale. E se gli si chiede citando un suo testo Avanvera se la musica può dare risposte di fronte a questa realtà, risponde: “La musica non deve dare risposte. La musica deve aiutare a farsi delle domande che possano impostare il pensiero critico di una persona, non è fatta per dare risposte. È la politica che deve dare risposte”.

Quella vena critica, puntigliosa, quel suo essere nichilista di fronte a questo mondo politico che ammutolisce i più, ritorna sempre.

Prima dell’apprezzato singolo Io non sono razzista ma… ha girato a Lampedusa un documentario insieme a Stefano Carena e Francesco Costanzo: A Sud di Nessun Nord. Perché Willie Peyote sembra proprio essere questo. Si scontra di fronte a quel panorama incerto, cupo, potrebbe anche apparire politicamente di parte, ma è il rischio che si assume chi vi è dentro, chi ci salta con tutte le scarpe, chi vuole dire la sua, senza temere niente e nessuno, facendo riflettere e poi divertire.

Ma allora l’arte tocca farla semplice, o no?

Lui risponde: “Sì, l’arte bisogna farla semplice perché la comunicazione deve funzionare e funziona soltanto quando viene compresa. E quindi bisogna anche semplificare. Dopo di che io dico le mie in tema. Non mi sono mai apertamente schierato politicamente con questo o con quell’altro partito, perché non voglio dare indicazioni di voto. Io dico la mia ma non voglio vincolare nessuno, così come non voglio essere vincolato nemmeno io. Quindi sì, c’è politica ma nel senso più generale del termine, così come c’è sempre, in ogni ambito. Io non prendo una parte piuttosto che un’altra. Io dico la mia fondamentalmente”.

E invita i giovani di oggi e del domani, da persona pensante qual è “a fare altrettanto. Di usare la propria testa e di pensare in maniera laterale, non per forza seguendo cosa ci hanno imposto. È importante per fare qualcosa di grosso nella vita abituarsi a ragionare in un modo diverso dagli altri. Non meglio o peggio, ma cercare di trovare degli spunti differenti per arrivare a punti di vista che non sono necessariamente quelli da cui si è partiti”.

Allora appare chiarissimo il sold-out di fronte alla prima delle 9 date di questo tour.

In una Bologna sicuramente un po’ diversa dagli anni in cui risuonava di vita il numero 43 di Via Paolo Fabbri, ci si ritrova accanto ad adolescenti classe 2000, e adulti e signore a cantare con Willie Peyote. Bologna, e non solo, sa apprezzare quello che Sara, 16enne definisce un genio. Arriva a chiunque, sbaraglia quei canoni del rap, magliette larghe e imposizioni. Sa comunicare, senza ormai nessuna ombra di dubbio.

Bologna, all’Estragon, lo ha accolto bene. È passato poco tempo da quando ha indossato le vesti di presentatore all’Indie Pride, al TPO. Con questa città ha un rapporto speciale, quasi come con Torino, dice. “Per me stare a Bologna fa sempre un gran bell’effetto. Mi trovo bene, non solo perché è la città che più di tutte mi ha accolto bene dopo Torino, ma perché ho molti amici, la mia ragazza è bolognese, anche se adesso non vive in Italia. Ho un legame piuttosto stretto con la città e quindi sono sempre molto contento. E poi è la terza volta che iniziamo il tour da Bologna. Insomma ormai sono di casa!”.

Il live all’Estragon parte da L’effetto sbagliato, nuovo singolo inedito, e parte con il clamore generale dei tanti venuti ad ascoltarlo.

Gli arrangiamenti della Sabauda Orchestra Precaria piacciono, si nota subito. Il live dura all’incirca due ore, ripercorre momenti della sua carriera tra ironia e frecciatine pungenti. I singoli dei suoi album, dal suo originario gruppo, i Funk Shui Project, fino ad alcune collaborazioni con Zibba, Dutch Nazari.

Matteo, classe 1972, folgorato dopo il concerto, alla domanda cosa ti piace di Willie Peyote risponde senza tentennare: “Praticamente tutto, se fosse donna lo corteggerei! Ma a parte gli scherzi mi piace il suo saper parlare alla mia generazione che è anche un po’ la sua, e a quella dei miei figli che al momento non hanno risposte se non trovare una piccola luce nella musica”.

Dopo quattro album, concerti in ogni regione d’Italia, dopo la partecipazione al Sziget, in Ungheria, poi al Premio Tenco, però, Willie Peyote è molto chiaro, fermo sul punto.

“Io non credo cambierò mai – afferma, – sono solo contento vadano bene le cose”. Uscirà un album sicuramente – mi racconta – ma dopo una pausa dal tour che ormai insieme a tutta l’Orchestra lo coinvolge da un anno e mezzo.

Le sue liriche, la sua persona e poi il suo essere artista fanno pensare a quel proverbio dei latini: La goccia scava la pietra. In ogni testo c’è uno scontro ma poi anche il cercare inevitabilmente il contatto con l’ascoltatore, il pubblico. È lo scavare per smuovere coscienze, un invito a muoversi e poi ovviamente a ballare, a divertirsi, che è quello che la musica deve fare. È così che Willie Peyote termina la mia intervista: “Sono la costanza e l’etica del lavoro a fare la differenza. Quindi come la goccia buca la pietra con il tempo e non pretende di  bucarla subito, così io faccio nella musica nel senso che bisogna fare dei passi brevi ma convinti. Non bisogna pretendere di arrivare subito in cima!”.

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