Che si debba versare una quota in abbonamento per i contenuti di qualità è oggi un tema di cui non si discute più. Succede e basta.

Netflix ha 135 milioni di clienti e Spotify oltre 70 milioni.

I clienti ogni mese pagano 10 dollari, meno del prezzo di un biglietto del cinema, per accedere a una sterminata quantità di contenuti, senza dover barattare i dati sulle proprie abitudini con il servizio che ricevono.

Lo streaming, come tecnologia, è stata veramente una killer app, come lo sarà, a breve, la tecnologia della blockchain. Un esempio di cui i sostenitori dell’autoregolamentazione del mercato dovrebbero fregiarsi.

Il modello commerciale che si è imposto è l’abbonamento.

Adesso quasi tutti i produttori di contenuti chiedono un abbonamento ed essi coprono tutte le aree dell’industria culturale, dall’informazione alla musica, dai libri alle arti visuali.

Molti si affidano al modello freemium, per primo sperimentato nel mercato delle applicazioni, che combina uno strato gratuito con uno a pagamento, con il primo maieutico al secondo.

Ci sono pure dei problemi in questo schema, ma nulla tolgono all’atto rivoluzionario dello streaming e del modello di monetizzazione associato.

Uno di questi problemi riguarda la capacità del consumatore, seppure volenteroso, di sottoscrivere e gestire un ingente numero di abbonamenti. Si aggiungono infatti agli altri quelli su musica, quotidiani, magazine, servizi di delivery, video, libri, taxi, internet. Tutti costi e atti amministrativi che vanno a sommarsi alle bollette classiche di gas, luce, deacqua, assicurazione, ecc.

Un altro problema riguarda l’imperativo di tenere nel tempo il consumatore issandolo nella propria offerta. È l’unica opzione disponibile e il fattore decisivo perché questo modello porti dei benefici duraturi non solo per i conti, ma anche per la evoluzione stessa del business.

Il modello più conosciuto di abbonamento è probabilmente Amazon Prime.

Negli Stati Uniti Prime ha 80 milioni di abbonati che per 99 dollari al mese prendono un bel pacchetto di servizi: musica, film, spedizioni veloci di pacchi e perfino sconti su prodotti come gli alimenti per bambini. Ma ci sono molti altri esempi.

Netflix offre un mare magnum di TV per un piccolo canone mensile. Le società di capital venture stanno inondando di denaro i servizi di consegna a domicilio su abbonamento. Si tratta di imprese che portano sulla soglia di casa cibo, medicinali, suppellettili e anche le mutande.

Spotify, il servizio di streaming di musica, si è quotato in aprile con una valutazione di 26 miliardi di dollari maturata soprattutto grazie ai suoi 71 milioni di clienti paganti definiti premium subscribers.

In media ciascun utente pagante genera ricavi 13 volte superiore a un utente non pagante e incrementa di 27 volte in più il margine lordo.

Ma ci sono dei limiti nell’economia dell’abbonamento.

Il boom degli abbonamenti senza dubbio continuerà. A tal punto che i regolatori antitrust potrebbero diventare piuttosto nervosi di fronte alla difficoltà dei consumatori di passare da un fornitore all’altro sia per le restrizioni contrattuali sia per i costi proibitivi che tale migrazione potrebbe comportare come, per esempio, la rinuncia ai propri dati storici.

Allora prima di celebrare l’egemonia di questo modello, bisogna prendere in considerazione i suoi limiti.

Le imprese devono investire in anticipo per attrarre nuovi abbonati sia con prezzi tenuti artificialmente bassi sia con spese pesanti in marketing e pubblicità.

Prendiamo in esame la mezza dozzina di imprese che praticano questo modello: Amazon Prime, Blue Apron, Dropbox, Hulu, Netflix e Spotify, Confrontiamo il magro flusso di cassa dello scorso anno con l’investimento necessario a ottenere un 10% di ritorno sul capitale. Il deficit totale ammonta a 14 miliardi di dollari, o a 4 miliardi se escludiamo Amazon Prime. Inoltre gli abbonati sono fastidiosamente infedeli. Alla fine di un periodo contrattuale spesso passano a un differente fornitore. Si stima che Netflix perda mensilmente l’1% dei propri clienti.

Dunque, è vero che il modello porta discreti vantaggi economici, ma bisogna stare attendi a non diventare bulimici consumatori di questo tipo di economia.

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Riguardo l'autore

Salvatore Filograna

Salvatore Filograna

E’ uno smanettone nato. Ama l’innovazione, la tecnologia e tutto ciò che a essa è collegato. Dei libri predilige i generi Fantasy, azione e anche qualche libro storico. Si considera un musicofilo onnivoro perché ascolta dalla musica classica al tecno anche se predilige gli autori spagnoli e inglesi. E’ di indole estroversa e facilmente attacca bottone con i coetanei.

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