“Quando ho detto al mio capo che ero incinta, mi ha assunta a tempo indeterminato”. Suona strano nel 2018 un racconto come questo, ma è esattamente quanto successo a Delia Barzotti, responsabile marketing dell’azienda di proprietà di Christian Bracich, la Cpi-Eng di Trieste.

Delia aveva un contratto a tempo determinato che stava per scadere. Così, con la verità in mano si è recata dal suo capo e gli ha detto che era incinta. Con sua grande sorpresa il suo capo le ha messo sulla scrivania il nuovo contratto e Delia è rimasta di sasso quando nella prima pagina ha letto: “tempo indeterminato”.

Delia aveva già avuto esperienze negative in proposito, come quando ha dovuto firmare dimissioni in bianco con altre aziende, prima di entrare alla Cpi-Eng.

Delia racconta in effetti di esperienze che hanno vissuto molte donne, che subiscono mobbing in ambienti di lavoro. La ricerca di un lavoro aveva coinvolto tutta la famiglia quando hanno deciso per esempio di partire in Germania nella speranza di trovare una sistemazione per sé e per la famiglia.

Così, quando ha trovato un lavoro nell’azienda triestina, ha deciso di fermarsi, anche se il contratto era a tempo determinato. E con la stessa sincerità che la contraddistingue, ha detto al suo capo la verità: “sono incinta”.

Comprensibile dunque la sorpresa nel vedersi presentare un contratto a tempo indeterminato proprio quando meno te lo aspetti. Christian Bracich ha dichiarato: “Non ho mai avuto paura di assumere e questo mi ha sempre portato bene. A me interessano le persone in base alle loro capacità: sono alla ricerca continua di gente in gamba e quando la trovo non intendo perderla. Le otto ore sono un concetto superato, sono per lavorare a obiettivi: meglio si sta sul posto di lavoro e meglio si fa. Di recente, inoltre, da noi tre o quattro uomini hanno preso il congedo parentale: un bel segnale di cambiamento”.

E già, proprio un’inversione di rotta rispetto al passato.

Christian infatti ritiene che non si debba guardare alla quantità di ore svolte sul lavoro, ma alla qualità. Dopo un certo numero di ore infatti, tutti rendono meno bene e così è inutile forzare la mano.

La Cpi-Eng è un’azienda di ingegneria meccanica e progettazione industriale che vanta clienti come Renault. Oggi ha una quarantina di dipendenti, di cui cinque donne e tutte in posizioni dirigenziali. C’è Vanessa che è un ingegnere meccanico e che è project manager e responsabile della qualità. Alessia, che è arrivata da poco e con un bimbo di due mesi che è responsabile HR e dove lavorava prima non volevano farla lavorare part-time. E ci sono anche Eleonora e Francesca, rispettivamente negli acquisti e in amministrazione e anche Francesca aspetta un bambino.

Delia racconta che dopo la nascita della secondogenita Ludovica si è trovata nella condizione di decidere se tornare a lavorare affidando la bimba ai nonni oppure cercare un asilo nido a cui affidare la bambina. Non voleva scegliere né l’una né l’altra e ha chiesto a Christian di poter lavorare da casa. Per il suo ruolo infatti ha necessità di un telefono e di un computer collegato a internet.

Un esempio che dovrebbero seguire molte aziende, nelle quali quasi sempre si pensa al profitto e ai numeri che ruotano intorno a esso, alienando sempre più le persone riducendole a semplici numeri da usare finché sono alti e buttare via non appena scendo al di sotto di una certa soglia.

Fonte: ilpiccolo.gelocal.it

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Riguardo l'autore

Daniele D'Amato

Daniele D'Amato

Direttore Responsabile. Giornalista, fotografo e insegnante; lauree in Scienze della Comunicazione e in Sociologia e Ricerca Sociale; masters in DSA e in ADHD. Fondatore e Presidente dell’associazione fotografica Photosintesi per 10 anni; fondatore e direttore editoriale della testata fotografica IVISIVI; Amministratore dello studio fotografico Comunickare; Collaboratore di “Fotografia Reflex”; docente di Linguistica delle immagini e Metodologia del Portfolio nelle scuole di fotografia; fondatore e Presidente del Collettivo Fotografico Xima.

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