Salute

Scoperta la sorgente dell’ansia nel cervello

Scoperta la sorgente dell'ansia nel cervello

Chi non ha mai avuto un po’ di ansia? Magari prima di un esame importante, prima di un’esibizione o di un discorso pubblico. Ebbene, pare ci sia una sorgente fisica dell’ansia nel cervello.

L’ansia è uno stimolo di vitale importanza per l’essere umano, ci da informazioni utili sullo stato del mondo. Ci permette di capire quando è il momento giusto per intervenire in una situazione, che in un’ottica evolutiva si sarebbe altrimenti tradotto nella propria dipartita. La cosa però può diventare un problema, nel momento in cui uno stimolo così potente è fuori controllo. Il battito cardiaco aumenta, il respiro più veloce, l’attenzione migliora. Il cervello ti da solo due alternative: combatti o scappa.

Alcuni neuroscienziati della University of California, San Francisco e della Columbia University, hanno potuto osservare, in alcune cavie, delle “cellule dell’ansia”. Piccoli neuroni, che una volta attivati, portano la cavia ad assumere un comportamento ansioso. Queste cellule, si trovano nell’ippocampo, e gli scienziati pensano possano esistere anche nel cervello umano.
Secondo il team, queste cellule, una volta attivate, iniziano a mandare messaggi alle parti del cervello responsabili del comportamento ansioso.

Gli scienziati si sono così chiesti, come il processo fosse codificato nel cervello.

Hanno dunque collegato dei mini-microscopi al cervello delle cavie, e le hanno messe in una situazione di alto stress. Per esse, tale situazione è banalmente un qualunque spazio aperto, dato che al di fuori di un laboratorio, uno spazio aperto rappresenta per loro un pericolo di vita. Gli scienziati hanno così potuto osservare questi neuroni attivarsi in grande quantità e che diminuivano, al diminuire dell’ansia.

Gli scienziati hanno dunque deciso di prendere un’altro approccio. Usando una tecnica chiamata optogenetica, hanno etichettato con delle proteine fotosensibili questi neuroni. Hanno dunque usato degli impulsi luminosi per attivare o disattivare i neuroni, scoprendo così di poter cambiare lo stato mentale delle cavie.

Se i neuroni erano attivi, le cavie erano spaventate, anche in ambienti normalmente sicuri. Al contrario, quando i neuroni erano silenziati, le cavie hanno passato più tempo in posti aperti e piattaforme elevate, che normalmente rappresenterebbero per esse un pericolo.

La scoperta non porta con sé un vantaggio immediato per quanto concerne terapie o medicine. Tuttavia avrà sicuramente implicazioni importanti per quanto riguarda il futuro delle stesse.

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