Società

Mediterranea, tra chi racconta e salva vite umane

Mediterranea, tra chi racconta e salva vite umane
Foto: Francesco Malavolta

Sono ormai trascorsi mesi da quando la missione Mediterranea è salpata per il mare di mezzo. Ha gettato le ancore per prestare soccorso, testimoniare cosa accade in una delle rotte più pericolose al mondo. Quelle del Mediterraneo centrale, dalla Libia fino all’Italia.

Sono le acque in cui i numeri dei morti impazzano come quei barconi, le barchette capovolte e in cui ancora si semina il futuro di donne, uomini e bambini. È l’ecatombe che ha inghiottito solo nel 2018 più di 1500 persone, secondo i dati pubblicati da UNHCR.

Mediterranea accetta la sfida.

La missione Mediterranea nasce per svolgere attività di monitoraggio, di umanità e di denuncia. Lo fa in un contesto in cui le ONG sono state a lungo bersagliate da una sterile retorica politica. E pur avendo molte similitudini con esse, diventa allo stesso tempo un progetto, il lavoro congiunto di chi sa rimboccarsi ancora le maniche.

La missione Mediterranea mette insieme organizzazioni di natura diversa e singoli individui, dà voce ed è aperta a chiunque. Hanno lavorato per avviare Mediterranea Ong come Sea-Watch e Open Arms, associazioni tra cui Arci, Ya basta. I garanti dell’operazione sono alcuni parlamentari politici: Erasmo Palazzotto, Nicola Fratoianni, Nichi Vendola e Rossella Muroni.

Banca Etica le ha concesso il prestito per l’avvio della missione e l’acquisto della nave Mare Ionio.

È stato inoltre avviato un crowfunding per raccogliere dal basso circa 700mila euro. Le voci si susseguono e tanti sono i momenti di confronto, le cene di solidarietà per supportare la causa in ogni luogo d’Italia.

La Nave Mare Ionio è la prima a battere bandiera italiana. Lunga 37 metri e larga nove, può imbarcare un centinaio di persone. L’equipaggio è composto da undici persone ed è costantemente seguita da altre due imbarcazioni. È attrezzata per soccorrere chi rischia la vita in balia delle onde e il futuro che spesso viene miseramente spezzato.

La missione Mediterranea e la sua nave Mare Ionio rappresentano quella fetta della società civile che è fiera di disobbedire e non abbassare il capo alla tanta indifferenza e disumanità. Si tratta di pura disobbedienza morale e civile, come ha affermato le stesso Erasmo Palazzotto.

L’idea è nata nel mese di luglio, quando i porti hanno cominciato ad essere chiusi. Poi si è rafforzata con il caso Diciotti ad agosto. La bandiera italiana ci dovrebbe permettere di entrare nei porti italiani, è un escamotage del diritto di riaprire i porti.

È il difendere diritti fondamentali, quelli riportati nei trattati e nelle convenzioni internazionali, gli stessi che le politiche italiane ed europee stanno lentamente affossando.

Sono tanti dunque i volti degli italiani, volontari, giornalisti, reporter che quotidianamente testimoniano, documentano e poi soccorrono chi il mare lo affronta per avere nuove prospettive, sbrogliare le chimere e giungere su terre promesse.

Questo il lavoro quotidiano anche di Francesco Malavolta, un giovane fotoreporter che ci racconta il suo impegno costante nella documentazione dei flussi migratori. “Da più di vent’anni lavoro con diverse ONG a bordo di navi e non solo”, dichiara in un’intervista.

Francesco raccoglie testimonianze, cattura quello che ormai è diventato uno degli esodi più pericolosi dal secondo dopoguerra a oggi.

Lavora da anni con la Comunità Europea, nonché con organizzazioni internazionali come UNHCR, OIM, MOAS. “Un lavoro svolto in un contesto spazio-temporale in costante mutamento che lo ha portato a viaggiare dallo Stretto di Gibilterra al Mar Mediterraneo, a Lampedusa, dalla Grecia e le sue isole fino alla Turchia”.

Basta guardare le sue foto per accorgersi dell’importanza di chi fa ancora un lavoro come il suo. Francesco è in viaggio dagli anni 90, dal famoso esodo degli albanesi. Ha osservato gli spostamenti sulla cosiddetta “rotta balcanica”, poi quelli verso Grecia, Serbia, Macedonia, Ungheria. Ha potuto documentare gli effetti della chiusura dei primi porti, quelli su chi tentava comunque di raggiungere l’Occidente e poi i cali degli sbarchi.

Cattura per suscitare emozioni, informa, preleva gli sguardi, le anime dei coraggiosi, i cuori di chi salva. Ci tiene a sottolineare come nessuna sia la differenza tra navi dove a bordo vi sono uomini in divisa e quelle di soli volontari. “Lo scopo è sempre quello di salvare quante più vite umane possibili”.

Fondamentale è l’importanza verso l’evoluzione delle migrazioni, le sue peculiarità, i volti degli uomini e delle donne, suoi protagonisti.

Nulla è anonimo nelle sue foto come nulla è senza voce, senza anima nella Storia. Dietro a quegli uomini sui barconi, dietro ai bambini e alle loro madri si riesce quasi a scorgere i loro pensieri, il loro coraggio. Sono le primavere sfiorite, i conflitti tribali che portano ad affrontare viaggi disumani, permanenze lunghe nei lager libici, sbancare denaro e mettere in lista il proprio destino.

E allora non ci sono differenze tra gli eroi. Tra chi sale a bordo di navi, raccoglie salme, salva il futuro. Le differenze che si notano sono solo tra chi chiude i porti e chi costruisce ponti.

Calarsi nei panni, recare testimonianza di chi affronta viaggi lunghi anni, come fa il fotoreporter Francesco Malavolta. O come la missione Mediterranea, e la nave Mare Ionio che documentano e testimoniano, prestano soccorso, si affiancano al lavoro duro e difficile delle Ong.

Non ci sono differenze nemmeno tra i nostri nonni migranti e i nuovi giovani in cerca di nuove possibilità. Sapersi nutrire di umanità e solidarietà è invece l’unica differenza da poter attuare con chi spaccia il pericolo con puro razzismo, tra chi sceglie vie più comode, come quella di politiche spietate e inumane.

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