Cristina Turbanti è un’infermiera e come tanti oggi si trova ad affrontare una delle crisi sanitarie più difficili per il nostro Paese, in uno degli ospedali delle Regioni, dopo la Lombardia, più colpite. Lavora, infatti, nel reparto di Medicina d’Urgenza dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

Ventinovenne e originaria della Provincia di Ancona, il suo lavoro sembra le sia stato cucito addosso. Il centro della sua esistenza, l’ago della sua personale bussola. Lo si percepisce dalla sua voce, forte e fiera, ma soprattutto dalla grande umiltà con cui racconta l’esperienza attuale e quelle che si porta dietro.

Cristina Turbanti di esperienze e realtà ne ha vissute davvero tante, nonostante la sua giovanissima età.

Si laurea in Scienze Infermieristiche ad Ancona, poi presenta domanda per fare servizio civile all’estero, in Africa, in Tanzania, in un centro di riabilitazione per bambini disabili. Poi è la volta del trasferimento a Londra, dove lavora in un ospedale pubblico e consegue un corso di specializzazione in Tropical Nursing. Un master che le permette di apprendere come lavorare in contesti particolari, con scarse risorse, affrontando anche malattie infettive. Ma il suo obiettivo è sempre stato uno in particolare: lavorare con Medici Senza Frontiere.

Ho sempre saputo di voler fare questo nella mia vita”, racconta. Con Medici Senza Frontiere affronta ben due missioni, in Bangladesh e poi in Sierra Leone. Ritornata nel suo Paese, si rimette sui libri per poter prepararsi per il concorso pubblico da infermiera. Poi l’emergenza del Covid-19 piomba anche in Italia. E Cristina fa la sua parte.

Cristina,  innanzitutto, dopo la tua esperienza e il tuo impegno in diverse realtà, cosa ti ha spinto a tornare in Italia?

“Ho sempre saputo di voler tornare nel mio Paese, nella mia patria e sfruttare tutte le esperienze che ho avuto all’estero, professionali e non, e portarle qui. Questa cosa l’ho sempre saputa”.

Perché hai deciso di lasciare da parte gli studi e dare il tuo aiuto in questa grave crisi che sta fronteggiando la sanità pubblica e quali sono le tue sensazioni?

“Riagganciandomi a quanto detto prima, ho avuto molte esperienze all’estero anche in contesti di emergenza e in contesti di epidemie. In Bangladesh ero con Medici senza Frontiere a gestire un’epidemia di difterite dove la situazione era esattamente questa, se non molto più grave. Eravamo  in un campo profughi con oltre un milione di persone. Se si scatena nel tuo paese, senti l’istinto di dover partecipare e dare il tuo contributo. Per me era inevitabile, sia nel contesto professionale, ma anche in quello personale. È strano vedere l’Italia alle prese con un’emergenza simile. Per me non c’era alcuna alternativa”.

Qual è la situazione nell’ospedale in cui lavori?

“Lavoro nel reparto di Medicina d’urgenza, all’Ospedale Maggiore di Bologna, che era un reparto prima adibito a casi come trauma, trauma cranico o incidenti. Ad oggi questo reparto è stato adibito esclusivamente ai casi sospetti di Covid-19. I pazienti arrivano al pronto soccorso, se hanno sintomi respiratori o febbre alta, vengono sottoposti a tampone e nell’attesa dell’esito, vengono trasferiti nel mio reparto. Successivamente se sono positivi vanno al Bellaria, che è l’ospedale di Bologna al momento adibito ai soli casi positivi di Covid-19, se negativi sono trasferiti in altri reparti o dimessi. La situazione nel mio reparto, attualmente, è un continuo viavai di persone. C’è tanto da fare. Non ci sono posti letto, né da noi né negli altri reparti, quindi si cerca di dimettere il più possibile pazienti stabili e mandare al Bellaria i pazienti positivi. La situazione non è buonissima. Il sistema sanitario è messo a dura prova, sia per noi operatori sanitari, sia per quanto riguarda le strutture stesse. C’è tanto da fare. Vedremo come si evolverà la situazione, ma si sta facendo davvero un grande lavoro”.

È un momento in cui quest’emergenza sanitaria viene costantemente paragonata a una guerra e diverse sono le parole che ritornano: trincee, sterminio, fronti e così via. Dal momento che sei stata impegnata in diverse missioni con Medici senza Frontiere, cosa diresti a chi usa terminologie belliche in questa determinata situazione? È opportuno farlo oppure parliamo di mondi troppo distanti tra di loro?

“Posso dire che dentro ad un reparto ospedaliero io mi sento davvero in trincea, questo ve lo assicuro. A tratti viene da piangere, arrivano pazienti in continuazione. Però no, non sono assolutamente nello stato di pazienti in un paese di guerra. Molti sono i pazienti asintomatici, che sembra stiano bene. Ma è un continuo viavai, ci sono poi pazienti che vanno ricoverati anche per ragioni di salute pubblica. Se ci fermiamo a pensare, questa è una grande sfida per il nostro paese e per ognuno di noi. Avendo vissuto in contesti dove situazioni simili avvenivano nei campi profughi, dove la storia del paese era molto più triste, dove si veniva uccisi o parti di popolazioni perseguitati, occorre ridimensionarsi. A noi e soprattutto alle nostre generazioni non è mai capitata una situazione simile e questo ci fa pensare di essere verso la fine del mondo o in un film, in un’atmosfera surreale. Ma in realtà, in altre parti del mondo questo accade costantemente, scoppiano epidemie, si fanno guerre, e di questo noi ne sappiamo molto poco, quasi non ce ne rendiamo conto. Semplicemente ci siamo ritrovati noi adesso”.

Quale esperienza si è rilevata particolarmente significativa per te?

“Ripeto spesso in realtà come per me sia stato particolarmente significativo osservare da vicino lo sterminio degli Rohingya, una popolazione musulmana in Bangladesh. Se ne parla pochissimo ma in realtà è la minoranza più perseguitata nella storia dell’umanità. Una persecuzione iniziata negli anni Ottanta. Tutt’ora  vengono uccisi o perseguitati da un paese a maggioranza buddista, ovvero il Myanmar. Mi sono vista davanti agli occhi persone, bambini senza un futuro, senza una casa, senza un paese. Questa è la cosa che mi rimarrà sempre dentro. Con Medici Senza Frontiere, ero lì per un’epidemia di difterite. Quindi oltre alla persecuzione, si sono anche sviluppate tantissime altre malattie, perché si vive nello stesso campo, senza nessun metro di distanza (ride) e per terra. Sì, credo che me la porterò dentro per un po’”.

Lasciamoci con un messaggio di positività. Cosa ti aspetti dal futuro e per il futuro, quale messaggio di speranza vorresti dare a te stessa ma anche ai nostri lettori?

“Innanzitutto penso che da tutte le cose si debba apprendere una lezione. E quindi anche da questa tragedia sia sanitaria che economica, mi auguro che il nostro paese apprenda una lezione importante. Una sul sistema sanitario che già barcollava, per poter investire e lavorare più uniti. E poi in generale, come quest’emergenza la stiamo affrontando noi, la stanno affrontando diverse persone in diverse parti del mondo. Fondamentalmente può succedere a tutti. Mi auguro che buttiamo giù finalmente queste barriere e capiamo che viviamo tutti sullo stesso mondo e questa cosa può succedere davvero a chiunque, aldilà che sei italiano o francese. Per natura, i virus si trasmettono a chiunque, a prescindere dal colore della pelle o dal paese in cui vivi. L’Italia però sta dando grande dimostrazione di solidarietà, e questa cosa secondo me è bellissima. Spero, però, che rimanga. Nella sofferenza e nella sfortuna ci si unisce e spero rimanga sempre così”.

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Riguardo l'autore

Giovanna Nuzzo

Giovanna Nuzzo

Vent'anni, radici nel Salento ma trasferita a Bologna dove studia per diventare giornalista. E' impegnata nel volontariato da quando aveva quattordici anni con un'associazione locale. Da qualche anno insegna italiano in una scuola per migranti e rifugiati politici di Bologna. Vive di passi, viaggi e sorrisi. Con il cuore a Sud, sogna di tornare nel suo paese e vivere di quello che sarà il suo lavoro.

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